Weekend Fotografico

LA NEBBIA SUL BEIGUA


Magnetismo. E’ di certo questa la caratteristica principale del Monte Beigua. Saranno le antenne?
Può darsi, non si può dire che passino inosservate. Ma osservando meglio ci si rende conto che c’è qualcosa di più, qualcosa di sfuggente e mutevole come il suo volto nelle quattro stagioni.

Quando devo andare a fare delle foto sul Beigua non posso rischiare di lasciare a casa niente, nonostante le mie spalle reclamino per il peso dello zaino: ogni volta c’è un’atmosfera speciale, magica, magnetica che non dà scampo e cattura nel vortice dello scatto. La nostra spedizione era rivolta al rifugio di Prato Rotondo per fare delle foto in interni.
Il tempo non era un granchè, ma iniziando a salire la strada si è immersa completamente in una fitta coltre di nebbia.

Guardando dal finestrino speravo di arrivare in cima prima che si sollevasse, sapevo che avrei potuto fare ottime immagini. Gli alberi con rami spettrali comparivano a tratti dal bianco pallido indicando con braccia nere la via verso la cima.
Ancora prima che la macchina si fermasse avevo già preparato l’attrezzatura ed ero pronta a balzare fuori per correre nel bosco. Beh, non proprio correre visto che la neve si era ghiacciata per le temperature rigide della notte.
Appena aperta la portiera un freddo pungente mi ha schiaffeggiato e il vento gelido non era certo di aiuto, ma non mi sono fatta impressionare e mi sono avviata lungo il sentiero.
Dopo solo pochi passi dietro di me la nebbia ha richiuso la strada, non c’era nulla, solo bianco, viola e nero. A tratti scivolavo o mi ritrovavo con i piedi a sprofondare nella neve che si infilava sotto i calzini. Non c’era rumore e lo spazio era enormemente dilatato.

Eravamo io e il Beigua. Addentrandomi nel bosco cercavo il punto per uno scatto perfetto: volevo gli alberi, la neve, la nebbia. Poi ho alzato gli occhi e non ho avuto dubbi: le cime degli alberi lasciavano spazio ad una porzione di cielo mentre sulle loro dita scure la nebbia si impigliava lasciando il suo colore in polvere. Toni di grigio, lilla e bianco si scontravano con qualche macchia rossa di una foglia secca e il nero degli alberi in fila, che correvano lontano.
La foto doveva rendere l’idea di infinito: chi si pone ad osservarla non sa dove finisce il bosco e il punto dell’orizzonte rimane al di fuori dell’immagine. Guardandola tecnicamente si possono notare chiaramente le linee guida che portano l’occhio dell’osservatore nell’angolo in basso a sinistra. La prima va dall’angolo superiore sinistro, la seconda taglia diagonalmente la foto, la terza è in secondo piano, nell’angolo in basso a destra.
In primo piano invece l’albero principale attrae immediatamente l’attenzione per dirottarla poi sul cielo e da lì sulla linea dell’infinito.

Guardando bene si possono notare anche diversi triangoli formati dalle stesse linee: il triangolo è la forma geometrica maggiormente usata in fotografia, perché l’occhio la percepisce immediatamente senza nemmeno rendersene conto e i vertici corrispondono generalmente ai punti di interesse. Ma non pensiate che prima di scattare una foto io calcoli tutto questo o mi metta a pensare “lì ci metto un triangolo, lì una linea guida”. Azzarderei a chiamarlo istinto, o pratica se preferite. In verità però mi metto solamente in ascolto, cerco di percepire il luogo e quando sento di farne parte scatto. Eravamo io e il Beigua

LAURA JELENKOVICH
© EUROTEAM - MEDIAEL